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Istanbul - Sabato 3 marzo 2001
Stiamo per atterrare ad Istanbul. Non riesco a figurarmi ciò che vedrò,
né in termini di paesaggio né in termini di popolazione. Le letture
precedenti il viaggio, i consigli e le impressioni di altri che hanno
visitato la Turchia prima di noi, non hanno fatto altro che rendere
ancora più confusa l'idea che mi ero fatta.
Un paese moderno o antico? Occidentalizzato o ancora legato alle sue
tradizioni? Ospitale o chiuso nella sua mentalità? Queste incognite
rendono la visita ancora più interessante e il viaggio ancor più
"avventuroso".
Sotto di noi grigi caseggiati si alternano ad appezzamenti coltivati. Il
primo minareto si staglia all'orizzonte, mentre piccoli parallelepipedi
traforati puntano verso il cielo. Ed ecco la prima moschea, con le
caratteristiche cupole, mentre risuonano gli annunci delle hostess in
lingua turca, del tutto incomprensibili: un misto di russo, tedesco e
arabo che non permette il riconoscimento di una minima parola. Una
lingua molto musicale, priva della durezza di certi suoni arabi, ma che
ha poche parole il cui suono ricorda le nostre; le prime le vediamo in
aeroporto: telefon, fax, taksi, bank, oto, tutte adattamenti di parole
straniere.
Prendiamo lo shuttle bus che dall'aeroporto conduce in centro, ma per un
malinteso sbagliamo fermata e ci ritroviamo al di là del Corno d'oro,
il canale che separa in due la città, in una zona piuttosto popolare e
quasi del tutto priva di attrazioni turistiche. Provare a chiedere
informazioni alla gente del posto si rivela un'impresa ancora più ardua
dell'interpretare le cartine poste nei pressi delle fermate
dell'autobus, che riportano liste di nomi impronunciabili. La
disponibilità e la gentilezza delle persone purtroppo non sopperiscono
alla difficoltà di comprendersi e così fra gesti, risate e parole
pronunciate ognuno nella propria lingua, veniamo sbattuti da una parte e
dall'altra, su e giù da autobus e tram. Stanchi e accaldati (la
temperatura è sorprendentemente alta) arriviamo finalmente al nostro
hotel, che scopriamo trovarsi sul viale che attraversa in lungo, la città
fino ad arrivare al Topkapi. E' Divan Yolu, ovvero la "strada per
il consiglio imperiale", la via principale della Istanbul vecchia,
che cambia diversi nomi nei vari tratti, e che si rivela molto
interessante come primo approccio della città.
Al canto del muezin delle sei (con nostra grande "gioia" un
minareto si eleva proprio ad appena una decina di metri dalla nostra
stanza), ci tuffiamo nelle strade di Istanbul. Rimaniamo affascinati dai
minareti che spiccano fra i tetti, le cupole a base quadrata delle
moschee, piccole o imponenti, vecchie o fatiscenti; cimiteri di antichi
visir e sultani, vecchi palazzi, negozi, piccoli bazar, pasticcerie,
rosticcerie, il tutto in un'atmosfera piuttosto animata, ma non caotica,
un'atmosfera che è un misto di Oriente, souk marocchini e vicoli
napoletani. Il primo impatto è decisamente positivo: la cordialità
della gente, le invitanti vetrine delle pasticcerie, i profumi del
kebap, quelli dolciastri dei narghilè, ci ammaliano subito. Entriamo
incuriositi in un piccolo giardino, in cui fra tappeti ed oggetti di
artigianato, alcuni avventori sono placidamente seduti o semisdraiati su
cuscini o basse poltrone, fumando narghilè, degustando tè alla mela o
caffè turco. Siamo finiti in uno dei tanti luoghi di ritrovo locali, ma
con un passato storico degno di nota. Si tratta dell'Erenler Nargile
Salonu, il cortile della Carlulu Ali Pasa Medresesi. Poco più avanti,
ancora un altro locale del genere, addossato al mausoleo del gran visir
Sinan Pasa, l'Ilesam Lokah, in cui i tavolini dei clienti sono sistemati
fra le tombe dell'antico cimitero, mentre nella medrasa ci sono bassi
tavolini ricoperti da morbidi kilim. Già inebriati da quest'atmosfera e
con un certo languorino, entriamo in un locale molto caratteristico.
Subito vicino alla porta sono esposte pietanze di ogni genere: carne,
kebap, spiedini, verdura, frutta e dolci; al centro, due donne con la
testa coperta da un foulard sono sedute a terra, all'interno di un
muretto e preparano sottili pizzette/focacce, stendendole con fini
matterelli sui tavolini bassi e tondi sotto cui hanno infilato le gambe,
e una volta farcitele con verdura, formaggio o patate, le cuociono su
piastre scaldate da una fiamma scopriremo più tardi che si tratta delle
famose gözleme. L'atmosfera del Cennet (questo il nome del locale) è
rilassante e invitante: istambulini e giovani turisti giacciono
semisdraiati su panche coperte da kilim o cuscini, oppure siedono
intorno ai tavolini, su minuscoli sgabelli. Alle pareti, kilim, lampade,
vestiti tradizionali e un'intera colonna coperta dal portafortuna
nazionale: l'occhio di Allah, ovvero un pezzo di vetro o ceramica blu,
con al centro una macchia bianca, singolare quanto macabra versione del
nostro corno rosso.
Ordiniamo una serie di piatti tipici: Gözleme patatescli (crêpe di
patate), gözleme peynirli (crêpe di formaggio), manti (ravioli
turchi), tavus sis (kebap di pollo), ayran (bevanda allo yogurt) e ci
gustiamo il tutto fra le volute di fumo degli altri avventori. Il detto
"fumare come turchi" trova il massimo riscontro nel paese,
dove l'unico divieto di fumare incontrato finora era sull'aereo. I
locali darebbero filo da torcere agli americani e alle loro campagne
antifumo!
Parte la musica di un violino e di un tamburo, e i camerieri fra urla e
fischi cominciano a ballare, trascinando nella danza alcuni clienti, che
si muovono piuttosto goffamente al ritmo di una musica a noi
sconosciuta, agitando piccole candele tenute in ciascuna delle mani. I
camerieri nei costumi locali, gli avventori bardati alla meno peggio,
tutti si scatenano in un trenino che si trascina fin fuori il locale,
dove si era già assembrato un folto pubblico, soprattutto bambini, che
guardavano incuriositi all'interno attraverso l'ampia vetrata.
Una volta fuori, camminiamo ancora lungo la strada principale, dove
corrono le rotaie di un moderno tram; i piccoli vasi di fiori, le
balaustre in ferro battuto e il pavimento in mattonato le danno un
aspetto elegante e ordinato, in netto contrasto con le facciate dei
palazzi che vi si affacciano, ma tutto sommato con una certa armonia
d'insieme. La strada risale addirittura ai primi anni di vita di
Costantinopoli, quando i romani la progettarono per collegare la città
con le grandi strade imperiali. Poco più avanti scorgiamo anche la
grande pietra miliare in marmo da cui all'epoca bizantina venivano
misurate tutte le distanze.
Passeggiamo ancora un po' e arriviamo sotto la colonna piuttosto vecchia
e brutta della çemberlitas (cioè pietra fasciata o colonna bruciata),
risalente al 330 e voluta da Costantino il Grande per celebrare la
consacrazione di Costantinopoli a capitale dell'Impero Romano. Gli
enormi blocchi di pietra hanno resistito al tempo e ai vari terremoti
grazie ad un'armatura in ferro brutta a vedersi ma adatta al suo scopo:
quello di far arrivare la colonna fino ai giorni nostri, impresa non
riuscita invece alla statua di Costantino, crollata circa 1000 anni fa
proprio a causa di un terremoto. Arriviamo infine ad intravedere la
Moschea Blu e quella di Santa Sofia, i cui minareti, come quelli di
quasi tutte le moschee della città, sono illuminati, creando un effetto
suggestivo. Ce ne torniamo in albergo, non senza fare sosta in una delle
pasticcerie che propongono gustosi pasticcini a base di una sottile
pasta frolla, farcita con mandorle, miele e pistacchi. Una dolce e
gradita conclusione di giornata.
Domani ci attende un tour de force: riuscire a vedere quanto più
possibile in poco tempo!
Istanbul - Domenica 4 marzo 2001
Usciamo presto e le strade sono ancora vuote, i negozi chiusi. Sembra
una domenica mattina classica di città, quando tutti sono ancora a casa
a dormire e negozi e locali hanno le saracinesche abbassate. Percorriamo
la Divan Yolu, ammirando con la luce del giorno tutti i luoghi che ieri
avevamo visto alla luce dell'illuminazione stradale. C'è un sole
tiepido ed è veramente piacevole passeggiare fino al Topkapi.
Passiamo davanti alla Moschea di Santa Sofia, e come ci suggerisce la
guida, non ci lasciamo tentare ad entrare ma proseguiamo alla volta del
Palazzo del Sultano, che si trova proprio dietro Santa Sofia. Entriamo
attraverso un'immensa porta e ci ritroviamo nella prima corte, quella
dei giannizzeri, dal nome dei soldati che costituivano la fedele guardia
del sultano. Si trattava di uomini che venivano reclutati in tutto il
regno da bambini, che venivano poi istruiti secondo la religione
islamica (anche se appartenevano ad una fede diversa) e addestrati a
combattere. Prelevati di forza dalle famiglie di origine (alle quali non
facevano più ritorno) venivano alloggiati nel Palazzo, in dormitori a
loro riservati. La corte dei giannizzeri è il luogo dove i soldati si
riunivano a mangiare. Si tratta in realtà di un giardino ben tenuto,
dal quale si accede alla seconda corte, passando attraverso la
"Porta di mezzo" (Ortakapi) o porta del saluto (Bab-us Selam).
In passato chi aveva il permesso di accedere alla seconda corte doveva
farlo transitando sotto la porta a piedi; solo il sultano e la regina
madre (valide sultan) potevano farlo a cavallo. Accediamo di nuovo in un
parco, ancora più grande, circondato da porticati e padiglioni. Sulla
sinistra si riconoscono le antiche cucine (oggi adibite a musei)
sormontate da imponenti camini. Quando il Palazzo era in attività (vale
a dire dal 1453, quando Mehmet il Conquistatore fece costruire il primo
edificio, fino al 1839, quando morì l'ultimo imperatore che lo abitò,
cioè Mehmet II) i cuochi dovevano preparare i pasti per 5.000 persone
fra giannizzeri, mogli, concubine, servitù, gran visir e sultano che
abitavano nel Topkapi.
Sul lato opposto del parco si trova la sala del Consiglio Imperiale
(Kubbealti) sormontata dall'alta torre Adalet Kulesi. All'interno
divanetti lungo le pareti ospitavano i membri del consiglio imperiale,
che venivano spiati e ascoltati di nascosto dal sultano attraverso una
finestra della parete coperta da una grata.
Dietro il Divan Salam, si trova il tanto citato harem, luogo che
nell'immaginario collettivo meglio rappresenta la tradizione dei turchi
agli occhi degli occidentali. In realtà, è ben lontano dall'essere un
luogo di concupiscenza, in cui mogli e concubine attendevano tra i veli
di essere prescelte dal sultano per la notte. L'harem infatti non è
altro che l'insieme degli appartamenti privati del sultano, dove
vivevano mogli, concubine e figli, la servitù e gli eunuchi. Come per i
giannizzeri, anche per le donne che vivevano nell'harem, la
"carriera" dipendeva dai meriti. Le future mogli e concubine
erano comprate da famiglie povere o come schiave, venivano educate
all'arte e alle buone maniere e solo se erano brave potevano aspirare a
diventare le compagne del sultano. Fra stretti corridoi, stanze più o
meno grandi, tutte con le pareti ricoperte di maioliche, mosaici, giada
o pietre preziose, un numero incredibili di sale da bagno (con tanto di
bagno alla turca ovviamente), provo ad immaginare la vita di corte, che
a dire degli storici scorreva fra lotte intestine e intrighi per cercare
di accattivarsi la scelta e quindi i favori del sultano, lotta che ogni
moglie portava avanti per sé e per il figlio, per assicurarsi un
avvenire di prestigio, potere e ricchezza, ma che io immagino piuttosto
noiosa, monotona e scandita da regole ferree. Una di questa era quella
di non comparire di fronte al sultano senza essere state chiamate, e per
questo lui se ne andava in giro fra gli appartamenti calzando delle
babbucce con la suola di argento, in modo che i suoi passi fossero
chiaramente udibili da tutti.
Istruite, belle ed intelligenti, le donne dell'harem a mio avviso
sprecavano le loro doti in questa continua lotta di potere, per essere
prescelte dal sultano prima e per far salire al trono il proprio figlio
poi. Ma non tutte rimanevano nell'harem fino alla fine dei propri
giorni; alcune venivano fatte sposare ai visir: erano infatti, per le
loro doti, ma soprattutto per le loro conoscenze a palazzo, considerate
un ottimo partito.
Purtroppo la visita all'interno dell'harem, obbligatoriamente guidata,
procede troppo velocemente e consente l'accesso solo ad alcune stanze
del primo di quattro piani.
Usciti dall'harem, quindi, entriamo nella terza corte, passando sotto la
porta della felicità, luogo riservato al sultano e ai pochi eletti ai
quali era concesso il privilegio di entrare. Visitiamo la stanza del
Tesoro imperiale, quella delle udienze, la biblioteca. Non ci resta
infine che accedere alla quarta corte, l'ultima del Topkapi, che si
affaccia sul Bosforo e sul Corno d'Oro. Questa corte è caratterizzata
da una serie di padiglioni: tutto è molto ben conservato: tappeti e
arredi dell'epoca (soprattutto cuscini e bracieri) sono ancora al loro
posto. Le pareti ricoperte di maioliche danno un senso di splendore,
pulizia ed eleganza, nonostante l'eccesso dei colori e delle
decorazioni.
Ci godiamo un po' il sole guardando le navi e i traghetti che solcano le
acque di fronte a noi.
Se paragono il Topkapi ai nostri castelli medievali o alla Città
Proibita cinese, non ho difficoltà ad ammettere che si tratta di
qualcosa di nettamente superiore. Anche tralasciando il miglior stato di
conservazione, non si può non tener conto dell'eleganza delle
costruzioni, dell'armonia dell'insieme. Piccoli palazzi, padiglioni e
chioschi sorgono qua e là fra giardini, vialetti alberati e terrazze,
rendendo piacevolissima la visita, quasi si trattasse di una passeggiata
in un parco cittadino.
Usciti dal Topkapi, ci dirigiamo alla Moschea di Santa Sofia. L'esterno
è una vera delusione: tra gli effetti del tempo, dei terremoti e gli
interventi dell'uomo per tentare di tenere in piedi l'edificio con
contrafforti in cemento e ancoraggi di metallo, si intuisce appena che
si tratta della tanto famosa Santa Sofia, la chiesa che per quasi mille
anni è stata il più grande luogo di culto della cristianità, fino a
quando la conquista di Costantinopoli (1453) non ha posto fine al suo
splendore.
Quando Giustiniano ne decise la costruzione, aveva in mente qualcosa di
grande per restaurare lo splendore dell'Impero Romano. Be', diciamo che
l'intento ora si può cogliere unicamente procedendo verso l'interno,
dove solo la cupola basterebbe a dare un'idea della grandezza
dell'edificio. Cupola che non ha i comuni punti di appoggio e che per
questo è crollata appena 100 anni dopo essere stata eretta. Ricostruita
poi, porta visibili i segni del tempo e dei vari sismi negli intonaci
mancanti, nei mosaici frammentati e soprattutto nell'enorme e
antiestetica impalcatura che la sorregge per metà. Figure della
cristianità sono a fianco di elementi islamici, come gli enormi dischi
in legno che riportano in arabo i nomi di Allah e Maometto. Prima di
recarci alla galleria superiore passando attraverso una rampa, non ci
sottraiamo al rito turistico-scaramantico di infilare il dito nella
fessura della colonna di marmo rivestita di ghisa, detta "colonna
piangente". Secondo la tradizione, infilando il pollice e facendolo
ruotare per un giro completo, si vede realizzato il proprio desiderio se
si ritira il dito umido, cosa non rara dato il gran numero di turisti
che eseguono il procedimento: una sorta di bocca della verità che
invece di punire, premia. L'enorme spazio interno ospita anche una
nicchia che indica ai fedeli la direzione della Mecca, detta mihrab, e
la loggia del sultano, ovvero un chiosco rialzato circondato da una
fitta grata molto lavorata, alla quale aveva accesso il sultano, che
poteva quindi entrare nella moschea a pregare senza essere visto.
Se non fosse per i bei mosaici e per l'effettivo senso di imponenza, ce
ne usciremmo dalla chiesa-moschea un po' delusi.
Con un bel kebap a testa, ci sediamo al sole di una panchina
dell'ippodromo o meglio di quello che è il luogo dove prima si trovava
l'ippodromo. Ora vi trovano spazio dei bei giardini, un gazebo in
pietra, cioè la Fontana di Kaiser Wilhelm, la colonna detta
"serpentina" perché aveva tre teste di serpente, l'obelisco
di Teodosio, originario di Eliopoli, oggi quartiere periferico del Cairo
e l'obelisco in pietra grezza. Tutte e tre le colonne si trovano a
qualche metro dal livello del terreno, a dimostrazione del fatto che
l'antico ippodromo, dove si correvano le corse dei cocchi e dei
cavalieri, era molto più in basso di ora. Manca all'appello dei
monumenti che ricordano il passato del luogo una preziosa e bella
quadriglia in bronzo, che oggi, indovinate un po', decora il portale
principale della basilica di S. Marco a Venezia. Uno dei tanti furti e
danni perpetrati dai crociati durante le loro incursioni, in particolar
modo la quarta crociata, che fu testimone del saccheggio di
Costantinopoli da parte dei soldati.
Nel frattempo le strade si sono animate: sparuti gruppi di turisti
passeggiano con i nasi per aria, famiglie di istambulini camminano nei
giardini dando da mangiare ai piccioni o scattando foto ricordo,
coppiette (poche le ragazze con il velo) si tengono pudicamente per
mano. E' strano trovarsi in un paese musulmano e allo stesso tempo non
sentire costrizioni di nessun genere. Qui il chador, che lascia sempre
scoperto il viso, sembra una scelta, e comunque di poche donne. Sono
molte le ragazze che vestono alla moda, con jeans e pantaloni attillati.
Assenti invece le minigonne, ma il motivo potrebbe essere il freddo
dell'inverno.
Terminato il pranzo, raggiungiamo la Moschea Blu, che prende il nome
dalle maioliche di colore blu, appunto, che ne caratterizzano le pareti
interne. Al contrario di Santa Sofia è molto bella, sia esternamente
che internamente. Entrando dalla porta esterna, si accede in un ampio
cortile; guardando verso l'alto, attraverso la porta si vedono tante
piccole cupole, una addossata all'altra. E' un bel colpo d'occhio
ottenuto dall'architetto sormontando ciascuna porta con una cupola, e
facendo altrettanto con l'entrata della moschea e il tetto della stessa.
Una bella fontana per le abluzioni occupa il centro del cortile. Dopo
esserci tolti le scarpe, e dato che sono una donna, aver coperto la
testa con un foulard, entriamo. Nonostante i bei tappeti, morbidi e
spessi, si avverte freddo ed umidità ai piedi. Rivolti verso la Mecca
alcuni fedeli recitano le loro preghiere, inchinandosi e baciando il
pavimento per tre volte consecutive. L'interno del resto, come quello di
ogni moschea, è quasi vuoto: la religione musulmana proibisce di
rappresentare figure di esseri viventi, quindi non ci sono statue né
quadri; inoltre, dato che si prega in piedi o seduti a terra, mancano
anche le classiche panche delle chiese. Addossate alle pareti ci sono
invece delle panche basse per riporre le scarpe. Nella nicchia che
indica la direzione della Mecca è incastonato un pezzo della pietra
sacra nera custodita nella casba alla Mecca; c'è poi una sorta di
pulpito dove l'imam tiene il sermone il venerdì, ed una loggia
imperiale. Ai lati dell'entrata invece ci sono due zone riservate alle
donne: coperte da una grata in legno, qui le fedeli possono
inginocchiarsi e chinarsi senza distrarre o indurre in tentazione con il
loro corpo gli uomini... almeno credo sia questo il motivo per cui siano
separate. Gli spazi sono comunque minimi se paragonati a quello
dell'intera moschea, ma è anche vero che tra i fedeli, sono molto più
numerosi gli uomini, di ogni età, al contrario di come accade nelle
nostre chiese, dove in genere sono le donne, soprattutto le più
anziane, a dimostrare maggiormente la loro devozione.
Anche se storicamente e a livello architettonico non ha lo stesso valore
di Santa Sofia, la Moschea Blu è sicuramente più gradevole a vedersi.
Le cupole sono decorate con arabeschi dipinti, le pareti con ceramiche
colorate, le finestre con vetri colorati (copie degli originali) e il
tutto contribuisce a dare luminosità all'ambiente, che invece era
triste, cupo e grigio in Santa Sofia.
Dato che siamo in anticipo sui tempi, decidiamo di intrufolarci in
qualche viuzza alla scoperta di luoghi non toccati dai soliti itinerari
turistici. Al termine dell'ippodromo prendiamo una strada in discesa che
è costeggiata dagli archi dello sfondone bizantino che sostenevano
appunto l'ippodromo. Poco più avanti arriviamo fino alla "Piccola
Sofia", la Kücük Aya Sofya Camii, una moschea di modeste
dimensioni e lontano dallo sfarzo della sua omonima più grande. Un
custode ci fa entrare, sempre dopo aver tolto le scarpe e coperto la
testa. All'interno, sdruciti tappeti coprono un pavimento di tavole in
legno, una piccola balaustra con un telo da far scorrere lungo dei
cardini delimita la zona riservata alle donne. Non manca nulla a questa
moschea costruita nella maniera tipica delle chiese bizantine del primo
periodo: ci sono anche un pulpito e una galleria superiore, alla quale
si accede per una rigida scala in pietra, calzando di nuovo le scarpe o
prendendo in prestito le pantofole messe a disposizione del custode. Ma
è l'esterno la parte più gradevole, un insolito angolo da scoprire:
oltre al cimitero, pieno di lapidi alte e strette, alcune delle quali
sormontate da turbanti in pietra, di fronte si apre un grazioso giardino
e tutt'intorno, nei locali che prima ospitavano la medrasa (la scuola)
sorgono una sala da tè e alcune botteghe. Ci si può sedere a riposare
su piccoli sgabelli o selle di cavallo, oppure passeggiare nel cortile.
Lasciata la Piccola Sofia, ci attende un'altra piccola moschea. Mentre
siamo fermi in mezzo alla strada nell'arduo tentativo di orientarci
facendo combaciare ciò che vediamo sulla cartina con i nomi delle vie
che leggiamo sulle targhe blu agli angoli delle strade, un anziano
signore, con un corto grembiule in pelle, ci si avvicina per aiutarci,
ed in effetti ci indica la direzione giusta per raggiungere Sokollu
Mehmet Pasa Camii. Lo seguo con lo sguardo mentre ritorna alla sua
bottega, un localino buio largo non più di un metro quadro addossato
alla parete di una fatiscente moschea chiusa e semi nascosto da una
malconcia fontana per le abluzioni. E chi ha detto che i turchi sono
scortesi?
Raggiungiamo la moschea, una delle tante costruite dall'architetto
Sinan, il maggior architetto della storia turca, nel cui cortile dei
bambini stanno giocando a pallone, fermandosi ogni tanto a guardare i
rari visitatori oppure per attaccarsi a una delle cannelle della
onnipresente fontana per le abluzioni, che in questi casi si rivela
molto più utile a dissetare. Uno dei ragazzi abbandona il gioco per
venirci ad aprire il portone e farci entrare. Anche qui l'interno è
semplice, piccolo, anche se ci sono bellissime ceramiche di Iznik e
altri 4 frammenti della sacra pietra nera custodita alla Mecca, uno
incassato sopra la porta, due nel member e uno nel mihrab.
Ritornando verso l'ippodromo, cerco con lo sguardo il ciabattino di
prima e quando lo vedo, alzo la mano in un gesto di saluto, al quale lui
risponde animatamente. Allora, sempre a gesti, chiedo di poter vedere la
sua bottega, non prevedendo che la mia richiesta scateni un'ospitalità
sincera. Il vecchietto ci fa accomodare sui due bassi sgabelli
all'interno della bottega, di fronte al suo tavolo di lavoro e ci fa
cenno di aspettare. Poi sparisce. Mi guardo intorno, affascinata dal
locale dove oltre agli attrezzi da lavoro, ci sono versetti del corano,
foto, stracci e chincaglierie varie. L'omino ritorna, portando un
vassoio con tre bicchierini di tè, gentilmente ordinati e offerti da
lui. Poi comincia un dialogo fatto di gesti, di movimenti del capo e di
una serie di parole turche che il calzolaio spara a raffica mentre ci
mostra un mucchio di foto estratte da uno stipite: molte rappresentano
lui con bambini, amici e turisti, ai quali evidentemente l'uomo aveva
offerto la stessa ospitalità. E così prendo il suo indirizzo con la
promessa di spedirgli una foto e annoto il nostro su un suo biglietto da
visita (chi l'avrebbe mai detto che ne avesse una scatola piena?!). Poi
Alb ci scatta una foto insieme e lui spiritosamente si mette in posa con
tanto di martello. Lo salutiamo indecisi se lasciargli dei soldi, ma poi
timorosi di offenderlo, decidiamo di no.
Basta uscire qualche metro dagli itinerari turistici per fare incontri
che ti porti dietro tutta la vita!
Abbiamo ancora un po' di tempo prima che faccia buio e optiamo per un
battello che attraversi il Bosforo. A bordo di un moderno tram
raggiungiamo il porto di Eminonü, dove ha luogo un mercato all'aperto:
banchetti di ogni genere, alimentare e non, in una calca e una
confusione dalla quale è piacevole farsi travolgere. A bordo di alcune
barche attraccate ai moli, degli uomini cuociono pesce alla griglia e lo
vendono in panini ai passanti; altri carretti vendono spremute appena
fatte di arance o melograni, un piatto di riso con pollo e ceci, semi da
sgranocchiare di ogni genere; alcuni dei venditori ambulanti sono in
costume e quindi via ad immortalarli con la nostra macchina fotografica.
Prendiamo un traghetto che in 15 minuti ci porta a Uskudar (ovvero
Scutari) facendoci godere di un bel panorama di Istanbul dal mare. La
traversata è breve, è ormai il tramonto ed il traghetto è pieno di
pendolari che tornano a casa. A bordo vengono serviti spremute, tè,
caffè e ayran, da camerieri che entrano ed escono dalle cucine
cantilenando con il vassoio in mano.
Arrivati a Scutari, non essendo certi degli orari di ritorno del
traghetto ed anche un po' sopraffatti dalla stanchezza, risaliamo sul
primo battello che fa ritorno a Istanbul.
Ritornati a terra ci lasciamo però travolgere di nuovo dall'atmosfera
del mercato e camminando fra un banchetto e l'altro, senza rendercene
conto, arriviamo fino al mercato egiziano, all'interno di una struttura
chiusa. Un piacere per gli occhi e il naso: spezie, frutta e dolci si
alternano a souvenir, vestiti ed oggetti per la casa; formaggi, piatti
pronti, cereali, prodotti per l'igiene e di erboristeria, ma anche
gioielli, capi in pelle e tappeti. Quasi persi nei vicoli della città,
ci infiliamo in un localino a due piani; gli avventori, salvo altre due
turiste, sono tutti uomini, che con la sigaretta in bocca e un boccale
di birra assistono alla partita trasmessa in TV. Il locale è tappezzato
di kilim, foto, oggetti di vario tipo e la cucina è buona ed economica:
kebap con pollo per Alb e kebap di melanzane per me.
Sulla via del ritorno ci fermiamo al giardino da tè Ilesam Lokali, un
cortile alla cui entrata una targa indica trattarsi di un'associazione
denominata "unione professionale dei proprietari delle opere di
scienza e letteratura". Si tratta in realtà di un locale dove si
può fumare il narghilè, bere del tè classico o alla mela e scambiare
quattro chiacchiere seduti ai tavolini o sui divani. Come non provare
questo rito tipicamente turco? Alb rimane per una buona ora attaccato al
suo narghilè mentre io mi bevo il buonissimo e dolcissimo tè alla
mela, parlando con un ragazzo turco. Il locale ospita quasi
esclusivamente turchi, per la maggior parte uomini, alcuni accompagnati
da donne, che mi sembra però non partecipino al rito del narghilè.
Sono quasi le undici ed anche se è stata una giornata intensa e lunga,
come possiamo lasciare Istanbul senza essere entrati in un hamam? Il
bagno turco è un altro degli aspetti tipici di questo paese che ci
incuriosisce e quindi ce ne facciamo consigliare uno dal nostro vicino
di tavolo. Ammette anche lui, a conferma del nostro sospetto, che ai
turisti viene praticata una tariffa superiore rispetto ai locali, ma
allo stesso tempo ci garantisce che si tratta di un locale pulito e
ottimo per i massaggi.
E così, timorosi e allo stesso tempo attirati dall'esperienza, entriamo
nel Cemberlitas Hamam. Locali separati per uomini e per donne e quindi
racconti separati per me e per Alb.
Entro in quello che assomiglia allo spogliatoio di una palestra, dove mi
spoglio e deposito i miei vestiti e lo zaino in un armadietto con
chiave; poi avvolta con un asciugamano, ma con indosso ancora la
biancheria intima, mi incammino di stanza in stanza non sapendo dove
andare. Premetto che non ho mai fatto una sauna a Roma, e quindi non ho
la minima idea di quello che mi aspetta; in più ho letto da qualche
parte che bisognava indossare un costume da bagno, ma non avendolo con
me, ho deciso di lasciarmi indosso la biancheria intima. Tutto
sbagliato. Guidata infatti dal calore, apro una porta in legno, dove
vedo 4/5 ragazze magroline completamente nude sdraiate al centro della
sala. Faccio quindi dietro front, mi tolgo tutto e sempre con il mio
asciugamano che mi fa un po' da coperta di Linus, entro anch'io nella
sala del bagno turco. Mi viene incontro una matrona con indosso solo un
paio di mutandine nere e un foulard in testa, con un'enorme pancia e due
seni altrettanto vistosi, che con fare deciso e brusco mi toglie di
dosso l'asciugamano e mi trascina per il braccio al centro della sala
indicandomi il posto dove devo mettermi. Come in castigo, me ne sto
buona buona, imbarazzata non tanto dalla mia nudità quanto dal non
sapere che devo fare. Due ragazze sono nelle mani di altrettante matrone
ed altre due giacciono sdraiate sull'enorme piedistallo di marmo dove
sono seduta io e che comincia a bruciare sotto il mio sedere. Mi alzo e
indico alla matrona che voglio prendere l'asciugamano per sdraiarsi e
lei, per mia fortuna, acconsente. Me ne sto sdraiata, guardando il
soffitto a cupola con dei grossi buchi e qualche stalattite. La sala è
circolare e lungo le pareti si aprono piccole nicchie dove si trovano
rubinetti e piccole vasche; il rubinetto superiore, scoprirò dopo, è
quello dell'acqua calda, quello inferiore della fredda e scorrono
incessantemente. I suoni rimbombano ed anche se noi donne siamo tutte in
silenzio (siamo sei ragazze e tutte turiste) il rumore è piuttosto
forte, probabilmente causato dalle voci degli uomini che immagino siano
più numerosi.
E' il mio turno; la matrona mi indica il punto dove sdraiarmi di fronte
a lei; sono già un po' accaldata ma non molto sudata. Le indico i segni
delle ferite del recente intervento cercando di farle capire di non
premere in quei punti, ma resto con il dubbio di non essere stata
compresa. Il tempo di sdraiarmi ed una secchiata d'acqua fredda mi
raggiunge in pieno petto facendomi irrigidire. Poi, infilato un guanto
di crine, la matrona me lo strofina su tutto il corpo, dicendomi quando
devo girarmi. Poi mi versa dell'acqua calda e comincia il rito
dell'insaponatura. Immerge una sorta di federa in un secchio di acqua
calda, poi la tira fuori, vi soffia all'interno facendola gonfiare come
un pallone e infine la strizza. Come per magia, dal tessuto esce una
gran quantità di morbida e vaporosa schiuma, con la quale la donna
comincia a massaggiarmi. Un vero piacere al quale mi abbandono
completamente. A pancia in giù, in su, seduta, vengo invitata a
cambiare posizione più volte, poi vengo condotta per un braccio (che in
questo caso serve più a sostenermi che a trascinarmi, dato che per il
rilassamento faccio fatica a muovermi e il pavimento bagnato è
scivoloso), vicino ad una vaschetta, fatta sedere su un gradino e
sciacquata. Inizia poi l'operazione shampoo e quando apro gli occhi vedo
spuntare fra la schiuma i due enormi seni della matrona che
impudicamente mi si agitano davanti. Dopo avermi sciacquato ben bene, e
avermi chiesto: "Good massage?", in un accento che è un misto
di inglese, francese e tedesco, vengo ricondotta sulla piattaforma di
marmo, a riprendermi, dove rimango a guardare il soffitto per un altro
quarto d'ora, durante il quale si alternano altre turiste sotto le mani
delle due matrone, che con i loro esili corpi e la loro candida pelle
sembrano ancora più fragili nelle mani scure e carnose delle donne.
Ho troppo caldo per resistere oltre e quindi, impadronitami di nuovo del
mio asciugamano, torno agli spogliatoi dove mi rivesto e mi asciugo e
raggiungo Alb nella sala d'ingresso, luogo in cui gli avventori gustano
spremute d'arancio e i massaggiatori uomini fanno una pausa, vestiti con
una camicia e un asciugamano a quadri che fascia loro i fianchi.
Ecco cosa invece accadeva ad Alberto.
Qualche sauna in Italia, ma anche all'estero, l'avevo fatta, ma questo
ambiente, pieno di omoni vestiti con un asciugamano che parlavano fra
loro senza che capissi una parola, mi metteva un po' a disagio. Stavo
per entrare in un ambiente nuovo per me ma molto familiare a tutti gli
altri occupanti. I primi dieci minuti sono trascorsi seguendo le
indicazioni gestuali dei diversi massaggiatori che mi indicavano le
strade che dovevo seguire: "Su per le scale, prendi l'asciugamano,
le ciabatte, la chiave della stanzetta". Non certo a parole, ma a
gesti ci siamo capiti. Mi infilo nelle mia stanzetta con le porte a
vetri su un ballatoio lungo il quale passeggiano gli altri avventori.
Un lettino dove rilassarsi dopo il bagno turco, un tavolinetto e un
appendiabiti. Mi spoglio indeciso se lasciarmi o meno i boxer... credo
di no, mi avvolgo l'asciugamano intorno ai fianchi ed esco. Le
indicazioni che seguono mi riportano al piano terra, dietro una pesante
porta di legno. Sono nell'antibagno, passo una seconda porta di legno ed
entro nel bagno turco vero e proprio. Mentre vengo avvolto da un caldo
soffocante, mi guardo intorno e vedo sdraiati sulla piattaforma di marmo
al centro della sala una decina di uomini. Alcuni di loro fanno
ginnastica, altri si fanno massaggiare, tutt'intorno altre persone,
forse venti o trenta, vicino alle numerose fontanelle dalle quali
attingono acqua con piccole bacinelle per poi rinfrescarsi. Il frastuono
provocato dalle voci alte rimbomba nella volta della cupola e crea un
suono cupo e forte quasi da stordire. Mi avvicino ad una fontanella per
bagnarmi ma vengo subito acchiappato da un omone che mi dice che devo
sdraiarmi al centro della piattaforma. Ci provo, ma dopo pochi secondi
la schiena brucia! Ecco che arriva il mio massaggiatore che dopo avermi
ritirato il "ticket" mi fa sdraiare e mi offre una bacinella
da usare capovolta, a mo' di cuscino sotto la testa. Con un guanto nero
di crine mi "squama" ben bene e poi mi tira secchiate d'acqua
per lavarmi. Parte poi il massaggio vero e proprio. Le sue mani
spingono, strizzano, sbattono dappertutto, anche facendomi male! Dopo
avermi preso le braccia, le gambe ed il collo e avermeli fatti roteare,
arriva su di me una sacca piena di schiuma con la quale mi insapona e mi
massaggia ancora. Il massaggio si conclude con un lavaggio completo di
shampoo al quale seguono numerose secchiate d'acqua. Tutto il suo lavoro
di massaggiatore è stato intervallato dall'unica frase (insieme a
"tip, please") che conosce in inglese: "Good
massage?". Il suo tono sembrava sadico e sarcastico e mentre ero
stretto fra le sue mani non potevo certo che rispondere "yes"!
Mi concedo altri dieci minuti che trascorro ad osservare e a bagnarmi
con l'acqua delle fontanelle. Quasi tutti gli uomini sembrano
conoscersi, parlano, ridono e giocano tirandosi l'acqua. Per loro credo
sia proprio un bel momento di aggregazione, un sano luogo dove
incontrarsi. Decido di uscire e vengo ricoperto di asciugamani asciutti
e caldi in cambio del mio zuppo che continuo a tenere intorno alla vita
secondo il regolamento che impedisce di fare il bagno turco nudi.
Risalgo la scaletta che porta al ballatoio e alla mia stanzetta
reggendomi al mancorrente per aiutare le gambe che tremano. Più di là
che di qua, mi stendo per cinque minuti sul lettino per recuperare un
po' di energia. Dopo essermi rivestito, mentre mi appresto a tornare
nell'androne, un tizio mi ferma e dopo avermi fatto segno di aprire le
mani, me le inonda con un liquido giallo. Vedendo la mia faccia stupita
mi dice che è un dopobarba al limone ed io me lo spalmo sul viso e sul
collo.
Mi butto sul divano della sala e aspetto che anche Carolina termini la
sua esperienza per scambiarci, come al solito, commenti e impressioni.
E' l'una quando ci infiliamo sotto le coperte, profumati di shampoo, con
la pelle liscia e levigata e una sensazione piacevole in tutto il corpo!
Istanbul-Ankara - Lunedì 5 marzo 2001
Scendiamo in strada abbastanza presto, ma la maggior parte dei negozi
sono chiusi: è iniziata infatti la festa del Kurban Bayrami (che vuol
dire "sacrificio"), una festività religiosa e laica, la più
importante, l'equivalente insomma del nostro Natale. Dura una settimana,
si uccidono montoni, si fanno banchetti e si festeggia. Poco più tardi
infatti, le strade si riempiono di famiglie, ragazzi e bambini.
Visitiamo per prima la Moschea di Solimano, che si trova all'interno di
un bel cortile-giardino. Su un lato il cimitero fatto di lapidi strette
ed alte, e tutt'intorno i vari edifici che di solito venivano costruiti
con la moschea: una madrasa, un ostello e un ospedale. La moschea è
imponente e, forse perché non ci sono ancora turisti o perché è
situata in uno spazio arioso, esternamente mi sembra la più bella fra
quelle che abbiamo visitato. Purtroppo i mausolei del sultano Solimano
il Magnifico e di sua moglie sono chiusi, e quindi non possiamo ammirare
le "superbe" decorazioni in ceramica all'interno. A proposito,
la parola mausoleo nasce proprio in Turchia, dal nome del re della
Caria, Mausolo, la cui tomba, il Mausoleo appunto, era una delle sette
meraviglie del mondo antico.
Dopo aver visitato l'interno della Moschea e il suo cortile, ci
aggiriamo fra i giardini. Da un lato c'è una magnifica vista sul canale
del Corno d'Oro, attraversato da traghetti e navi cargo. Svettano sul
fondo blu del mare i pinnacoli delle moschee più in basso; ci troviamo
infatti in una posizione rialzata rispetto alla città vecchia, su uno
dei sette colli di Istanbul. Con i suoi quattro minareti e la sua enorme
cupola, la Moschea di Solimano lascia un segno nella memoria: il suo
architetto è ovviamente Sinan e questa moschea, la più grande di
Istanbul, è considerata la sua opera più importante. Non per niente
l'aveva realizzata per ordine del suo protettore, il più grande e più
potente sultano ottomano, a metà del 1500, Solimano il Magnifico.
Con l'intenzione di andare a visitare il Kapali Carsi, ovvero il Gran
Bazar, riscendiamo dal colle imboccando una delle tante stradine
tortuose e finiamo per perderci. Ma come dice Alberto "non tutti
gli sbagli vengono per nuocere": infatti, poco dopo aver
attraversato vicoletti su cui si affacciano vecchie e fatiscenti
abitazioni, alcune delle quali in legno, ci imbattiamo in un piccolo
mattatoio. In un cortile di pochi metri quadri, si sta compiendo una
strage di pecore e montoni che la gente acquista interi direttamente sul
posto. Li sgozzano con un coltello secondo il metodo musulmano chiamata
halal, poi con il compressore li gonfiano d'aria tra carne e mantello in
modo da poterli scuoiare più facilmente. Infine, tolte zampe e testa li
appendono ai ganci, in mostra ai clienti. Quando, cercando di farmi
capire a gesti e con poche parole di inglese, uso il verbo "to
kill" inorridiscono, negando animatamente che loro stiano uccidendo
gli animali. In verità, prima di inferire il colpo mortale gli uomini
cantano una preghiera tenendo fermo l'animale... ma alla fine lo
ammazzano pur sempre.
Abbiamo avuto modo così di assistere ad una tipica scena della festa
del Kurban Bayrami, anche se a differenza di quello che dice la Lonely
Planet Guide, non c'è questa mattanza esagerata. Il motivo per cui
uccidono i montoni è perché ricordano l'episodio biblico del
sacrificio di Isacco.
Purtroppo, l'unica cosa spiacevole di questa festa è che la maggior
parte dei negozi e delle banche sono chiusi (mentre sui mezzi pubblici
si viaggia gratis) e di conseguenza anche le botteghe del Gran Bazar;
rimaniamo quindi con un palmo di naso quando ci troviamo di fronte ad
una delle porte d'accesso che appare sbarrata. Non resta quindi che
tornare in albergo e con l'autobus raggiungere la nostra agenzia di
noleggio auto, che si trova al di là del Corno d'Oro. Come se non
bastasse, arrivati a destinazione, mentre attendiamo che ci venga
consegnata l'auto, assistiamo ad un altro "sacrificio"; nel
piccolo cortile al lato dell'agenzia, proprio sotto alla luminosa e
grande insegna dall'autonoleggio, una pecora ed un toro vengono
condannati al loro destino, con lamenti da parte delle povere bestie ed
un grande spargimento di sangue. Documentiamo tutto con le foto, tra
curiosità, riluttanza, disagio e un forte senso di nausea.
Finalmente a bordo della nostra auto (sporca come poche e piuttosto
ammaccata) ci dirigiamo verso Ankara.
Non è facile guidare in città, anche perché i turchi sono poco
pazienti con gli indecisi e i titubanti e non esitano a suonare il
clacson. Nonostante ciò, ancora una volta dobbiamo smentire la Lonely
Planet che descrive il loro modo di guidare "incosciente e
pericoloso". Chi guida a Roma, Milano o Napoli non ha niente da
temere dagli automobilisti turchi e sa muoversi bene nel traffico
caotico. L'unica verità è che non rispettano assolutamente i pedoni e
se non si è veloci ad attraversare, anche sulle strisce o a semaforo
rosso, si rischia di essere investiti senza tanti complimenti.
Attraversiamo il Bosforo lungo il ponte Bogaziçi Köprüsü, simile
nella struttura a quello di Brooklyn. C'è un po' di traffico, ma
approfittiamo della fila per goderci un bellissimo panorama di Istanbul
e della costa lungo il Bosforo, ancora più bello di quello dal
traghetto.
Un cartello ci attende al di là del ponte: "Welcome to Asia";
non ci resta che imboccare l'autostrada che ci porterà fino ad Ankara.
Il paesaggio lungo tutto il tragitto (circa 5 ore di auto) è piuttosto
brullo. Si fa interessante quando raggiungiamo l'altopiano poco prima di
Ankara, a circa 1000 m di altitudine. Ricorda un po' la Meseta spagnola.
Il viaggio scorre tranquillo, le strade sono in buone condizioni, ci
sono frequenti stazioni di servizio e punti di ristoro (non lussuosi
come quelli italiani, ma con tutti i comfort per i viaggiatori). L'unica
nota di colore è il fatto che i pedoni attraversino le corsie
dell'autostrada scavalcando il guarde-rail centrale, come se nulla
fosse, solo affrettando un po' il passo, e lo fanno con pacchi tra le
mani o bambini in braccio!
Poco prima dell'altopiano per qualche chilometro il paesaggio ha un
aspetto alpino; il terreno è ondulato, ci sono abeti e molta neve, che
il caldo di questi giorni non ha ancora sciolto del tutto.
Arriviamo finalmente ad Ankara e riuscire a trovare l'albergo non è
facile. Le città turche sono costruite in maniera piuttosto lineare,
soprattutto Ankara che è molto moderna, ma orientarsi e soprattutto
leggere è ricordare i nomi turchi è più difficoltoso. Ci fermiamo un
paio di volte a chiedere informazioni, ma tutto finisce con due
monologhi: uno in turco e l'altro (il mio) in cinque lingue che non
sortiscono nessun effetto se non indicazioni con la mano e una parola,
"burdan", che non mi è ancora chiaro se significhi
"dritto" oppure "avanti" o ancora "giù"!
Per fortuna Alb è collaudato nella guida in città straniere ed io, che
non ho il minimo senso di orientamento e riesco a perdermi anche sotto
casa mia, risulto invece un perfetto navigatore quando sono in viaggio,
riuscendo a leggere da lontano i cartelli e confrontando velocemente le
3-4 mappe che occupano il cruscotto e coprono le mie gambe.
Arriviamo finalmente in albergo, di gran lusso, anche troppo per i miei
gusti. L'autista ci parcheggia l'auto e ci scarica il bagaglio, ovvero
una borsa da palestra rammendata qua e là (sopravvissuta non si sa come
al viaggio africano) che stona un po' con l'aria elegante dell'androne,
e due zainetti stracolmi di giacche e maglioni inutilizzati. Siamo
infatti entrambi in maglietta, vittime fortunate di una primavera
anticipata.
La cena risulta piuttosto squallida, non tanto per il cibo in sé, che
è molto buono, quanto per l'ambiente: dapprima soli in una grande sala
da pranzo, poi circondati da due gruppi di turisti sul genere
"famiglia Brambilla in vacanza". Fuggiamo a gambe levate, ma
non c'è molto da fare se non andare a letto. L'albergo infatti si trova
lontano dal centro e nei dintorni è già tutto chiuso dalle otto.
Ankara - Nevsehir (Cappadocia) - Martedì
6 marzo 2001
Ci svegliamo presto e con molta fortuna e altrettanta pazienza,
riusciamo a raggiungere il centro città, chiamato Ulus. Abbiamo deciso
di lasciare l'auto in albergo, sia per immergerci nella vita locale sia
per non rischiare di perderci. Dal centro città, scaricati dal bus
sotto l'immancabile statua di Atatürk, personaggio politico che ha
fatto molto per la Turchia, ci inerpichiamo verso il colle dove si trova
l'Anadolu Medeniyetleri Muzesi e la cittadella, l'Hisar.
Attraversiamo un piccolo parco ed entriamo nel museo. La visita è
interessantissima: i reperti archeologici sono di eccezionale fattura e
stato di conservazione. Risalgono tutti alle antiche civiltà
anatoliche, come gli Ittiti, i Frigi e gli Assiri, mentre alcuni pezzi
sono quelli trovati a Catal Hoyuk, la comunità umana più antica di cui
si abbia notizia. Tornano alla memoria brani e figure dei libri di
scuola guardando i vasi, gli oggetti funerari, gli utensili, le
statuine, gli enormi blocchi dei fregi. Non solo: davanti ai miei occhi
appare anche la matrona dell'Hamam, nelle vesti della celebre statuetta
della Dea Madre: grosso petto e grossa pancia, entrambi che ricadono in
avanti. La somiglianza è eccezionale. Ed in effetti è un po' come se
mi fossi abbandonata nell'accogliente abbraccio della dea madre l'altra
sera nell'hamam.
Il museo è piccolo ma ricco di oggetti e ben organizzato; non solo, è
stato allestito all'interno di un mercato coperto restaurato, risalente
al 1471 e in un vicino magazzino ottomano. L'effetto è molto
suggestivo.
Appena fuori dal museo facciamo i nostri primi acquisti in un piccolo
negozietto e poi saliamo ancora verso la fortezza. Si tratta di una
cittadella circondata da imponenti mura costruite nel IX secolo.
All'interno, a cui arriviamo entrando dalla porta dell'orologio (Saatli
Kapi), si trovano numerose abitazioni, un vero e proprio borgo, con case
in legno, piccoli cortili, stradine tortuose sporchissime e maleodoranti
per via dei cumuli di spazzatura depositati ai lati della via, con
all'interno i resti della macellazione e dei banchetti di ieri. La
visita è comunque interessante, perché finalmente vediamo un po' di
Turchia vera, ma sicuramente risulta altrettanto interessante per gli
abitanti guardare due turisti camminare fra le loro case. Saliamo fino
alla torre più alta per godere di un panorama che anche se non si può
definire gradevole, per lo meno dà un'idea precisa della città. A
ovest, la parte moderna con edifici nuovi, alcuni grattacieli a specchi,
antenne e ripetitori TV; a est vecchie catapecchie malandate arrampicate
lungo un colle franato in più punti, forse a causa del recente
terremoto. Ridiscendiamo proprio in questa direzione, addentrandoci in
una stazione di piccoli autobus e in un mercato. Tornando all'Ataturk
Bulvari, non resistiamo alla tentazione e facciamo di nuovo sosta in una
pasticceria per acquistare un po' di dolci, i tipici lokum, pasta
sfoglia e miele, con ripieno di noci, mandorle e pistacchi: una delizia
per il palato, ed infatti sono anche chiamate "delizie
turche".
Riprendiamo l'autobus fino all'albergo, poi facciamo una capatina al
vicino ufficio del turismo per farci dare indicazioni precise su come
raggiungere la Cappadocia, anche se poi risulterà tutt'altro che facile
uscire dalla città imboccando il grande anello stradale che le gira
intorno; comunque alla fine ce la facciamo, senza mai sbagliare o dover
fare inversione... non ci succede neanche a Roma!
Viaggiamo sulla statale (non essendoci alternativa, anche se
l'autostrada è risultata finora molto economica) ed il paesaggio è una
distesa ondulata di campi coltivati di tanti colori. Tutt'intorno il
nulla, se non qualche piccolo villaggio lungo la strada, ogni cinquanta
chilometri circa.
Si è fatta ormai l'ora del pranzo e cerchiamo un punto dove fermarci
per mangiare, ma lungo le statali non ci sono punti di ristoro,
tantomeno sulla provinciale che abbiamo imboccato da poco. Entriamo
quindi nel villaggio di Keskin, cercando un piccolo locale dove
ristorarci. Il tempo di parcheggiare l'auto e siamo diventati
l'attrazione turistica del luogo. Un uomo ci viene incontro, vuole
sapere da dove veniamo dove stiamo andando. Mi parla in tedesco, lingua
che conosce bene perché ha lavorato per anni in Germania, come molti
della sua gente, e da qualche parte nella mia memoria si accende il
pulsante "deutsch" e improvvisamente capisco tutto. Forse sarà
la gioia di riuscire finalmente a comunicare o la possibilità che
intravedo di farci aiutare nella ricerca del cibo, ma riesco ad
intavolare una conversazione in tedesco, pur con la mia scarsa
conoscenza della lingua. Dopo aver provato in diversi locali indicatici
dall'uomo, tutti chiusi per la festa, torniamo senza speranza all'auto,
che tra l'altro abbiamo parcheggiato in modo scorrettissimo, occupando
tutta l'area della pompa di benzina di cui è proprietario. Ma lui,
invece di essere contrariato, si offre di darci qualcosa da mangiare,
facendosi portare un po' di cibo da casa e offrendocelo lì nel suo
ufficio. Poi, quasi timoroso di essere stato invadente, si scusa e ci
dice che non siamo obbligati ad accettare. Ma invece, dopo aver tradotto
ad Alb la proposta, ci guardiamo e con uno sguardo d'intesa accettiamo
con un bel sorriso, ma a patto di poter pagare quanto ci viene offerto.
Non se ne parla, l'uomo non vuol sentire ragioni di accettare il nostro
denaro e ci fa accomodare, per tutta risposta, nel suo ufficio; fa una
telefonata, avvisando a casa che ci sono ospiti e poi ci intrattiene in
una piacevole conversazione. Di lì a poco abbiamo un'altra
dimostrazione della strepitosa ospitalità turca, che supera ogni limite
quando l'uomo si complimenta con me per il mio tedesco! Arriva il
fratello con un pentolino, una soffice pagnotta avvolta in un foglio di
giornale e un piatto coperto. Ci chiedono cosa vogliamo da bere e dopo
poco si presentano con una bottiglia di Coca-Cola (e non vogliono che si
paghi neanche quella!). Il pentolino contiene un gustosissimo e tenero
spezzatino di pecora con peperoni, che mangio con piacere, io che di
solito non gradisco il sapore forte di questa carne, accompagnandolo con
pezzi di pane. Terminiamo il pasto con i dolcetti di pasta sfoglia e con
qualche foto ricordo di questa semplice tavola apparecchiata con un
foglio di giornale, sopra un banchetto, noi due seduti su due
poltroncine basse un po' malandate e il nostro ospite al di là della
sua scrivania con a fianco il nipote. Ci scambiamo indirizzi, e-mail e
promettiamo di spedire una foto ricordo e di ricambiare l'ospitalità a
Roma, vielleicht capitasse dalle nostre parti.
Chi l'avrebbe mai detto che ci saremmo ritrovati a mangiare ospiti di un
benzinaio turco parlante tedesco in uno sperduto villaggio della
Cappadoccia? Sazi e contenti dell'incontro, divoriamo altre centinaia di
chilometri, concedendoci un'altra sosta prima di Nevsehir, ad
Hacibektas, un villaggio famoso per aver ospitato Haci Bektas Veli, il
fondatore e capo spirituale dell'ordine dei dervisci bektasi. Visitiamo
l'unica attrazione del luogo che è il monastero omonimo, un luogo
sacro, meta di visite da parte dei turchi musulmani devoti ad Haci. Si
accede in un cortile dove da un lato ci sono le camere che ospitavano i
dervisci novizi e dall'altro la cucina; tutto è rimasto come allora,
con tanto di arredi, oggetti di uso quotidiano e vestiti. In un secondo
cortile si trova la tomba del santo e un'altra piccola costruzione con
tombe all'interno e arredi sacri. Trattandosi di un luogo sacro bisogna
togliersi le scarpe e camminare a piedi nudi sui soffici tappeti. Le
pareti sono dipinte con colori accesi e tutto è ben tenuto e ordinato,
anche perché recentemente restaurato e in parte ricostruito. Fuori dal
monastero, numerosi banchetti vendono oggetti religiosi e cianfrusaglie
molto kitsch.
Di nuovo in auto, procrastiniamo ancora un po' l'arrivo alla nostra
meta, andando ad Uçhisar, dalla cui Kale (castello o rocca) si gode un
bellissimo panorama sulla valle di Göreme e la Cappadocia. Abbiamo già
intravisto le abitazioni di tufo tipiche della zona e siamo rimasti
affascinati a guardare questo inconsueto paesaggio già dal finestrino
dell'auto. Ora accedere alla Kale attraverso gallerie scavate nella
roccia ed arrampicarsi fino in cima, altissimi, tra le rocce forate è
faticoso ed emozionante. La vista al tramonto è bellissima, la valle si
tinge di un rosa delicato e cominciano a brillare poche lucine di strade
e case. Siamo in Cappadocia, finalmente.
L'ultimo tratto si rivela il più complicato di tutto il viaggio, poiché
sia le indicazioni del nostro voucher che quelle del concierge di un
albergo sono inesatte. Non si riesce a stabilire se il nostro hotel si
trovi ad Avanos oppure a Nevsehir e a causa di ciò facciamo la spola
fra i due paesi (20 km) per ben 4 volte, fino ad arrivare finalmente in
albergo a Nevsehir. Un hotel di gran lusso con una cena a buffet
favolosa. Poi, per un tocco di globalizzazione in questa zona selvaggia,
Alb si reca all'Internet Point vicino all'albergo. Non resiste alla
tentazione di leggere messaggi e dare nostre notizie.
Cappadocia - Mercoledì 7 marzo 2001
Anche questa mattina la sveglia suona
alle 6.30. Cercheremo di concentrare in un'unica giornata le visite alle
maggiori attrazioni del luogo. Splende già il sole alle 8 quando siamo
in strada diretti alle città sotterranee (Yeralty Sehri). La prima che
visitiamo è quella di Kaymakli. Si entra da un ingresso nella roccia e
subito si è avvolti dalla semioscurità. Attraverso strettissimi
corridoi, si scende sempre più in basso, passando per varie stanze.
Delle frecce rosse indicano la direzione da seguire per la discesa,
mentre le frecce blu sono per la risalita, alcuni tratti sono
completamente al buio e quasi tutto il percorso si snoda in stretti
cunicoli dove si riesce a malapena a procedere curvandosi completamente.
Mi chiedo come facessero a viverci in passato. Queste città sono state
costruite durante l'era ittita, ovvero 4.000 anni fa; gli abitanti del
posto infatti, si accorsero che era più facile scavare la morbida terra
di tufo vulcanico piuttosto che erigere case con terra e mattoni. Non
solo, le città sotterranee diventavano dei sicuri rifugi nel caso di
invasioni e i loro abitanti erano in grado di sopravviverci anche per
sei mesi. Le stanze sono ricavate scavando un'apertura nella parete dei
corridoi; sulle varie pareti inoltre si intravedono delle fessure di
diversa grandezza per riporre oggetti, buche nel pavimento si
conservavano le scorte di cibo. Ci sono anche dei sistemi di
canalizzazione dell'acqua, che dall'esterno (presumibilmente quella
piovana) veniva convogliata sotto terra e raccolta in cisterne. Ma ciò
che più rende l'idea della profondità sono i condotti dell'aria, dei
veri pozzi senza fine: non se ne vede il fondo né l'apertura
all'altezza del suolo!
Ci divertiamo ad abbandonare i percorsi segnati per intrufolarci in
stretti corridoi e seguire ogni volta nuove stanze. Sembra un labirinto
e spesso la stessa stanza è accessibile da più punti. Fa fresco qui
sotto e probabilmente durante l'estate doveva essere piacevole starci,
anche se i luoghi, data l'assenza di illuminazione naturale e la
convivenza anche di 10.000 persone, dovevano risultare piuttosto
angusti. Visitiamo anche la città sotterranea di Derinkuyu, la più
famosa fra tutte, profonda fino a otto livelli e con camere molto più
grandi. Ma molte parti sono state ricostruite, poiché evidentemente il
tufo deve aver ceduto e quindi si vedono blocchi in muratura e cemento
che falsificano un po' l'ambiente. Kaymakli ci è piaciuta di più. Una
delle cose che mi ha maggiormente colpito, oltre ai pochi oggetti
presenti sul posto (soprattutto vasi e anfore) sono le enormi ruote in
pietra usate come porte. Venivano fatte scorrere davanti ad un passaggio
per ostruirlo. Devono essere pesantissime e spostarle non deve essere
stato facile. Usciamo allo scoperto e ci dirigiamo alla Valle di Göreme
con le sue spettacolari case nel tufo. Si tratta di coni di tufo di un
delicatissimo color rosa che si alterna al grigio. Molti di questi coni
ospitano ancora all'interno delle abitazioni e l'insieme del villaggio
sembra un'immagine fiabesca. Attraversiamo la vallata con l'auto, non
resistendo alla tentazione di fermarci più volte per scattare
fotografie. Entriamo poi in quello che è il museo all'aperto della
Valle di Göreme, ricco di chiese rupestri, molte delle quali
stupendamente affrescate. Si cammina fra sentieri, salendo e scendendo
scalini, in parte originali, in parte costruiti per facilitare l'accesso
ai turisti. Il paesaggio è veramente unico: questa piccola vallata è
circondata da dolci declini di tufo rosa dall'aspetto morbido della
sabbia; ha assunto una conformazione così particolare da sembrare un
paesaggio realizzato da una mano gigantesca che ha fatto filtrare della
sabbia fra le dita. Entrare nelle abitazioni e nelle chiesette costruite
nella roccia diventa un gioco, una continua scoperta. Sali dei gradini e
ti trovi in una stanza buia e spoglia, entri in una porta decorata e ti
ritrovi all'interno di una chiesa dalle pareti e dalle volte decorate
con bellissimi affreschi rappresentanti storie della bibbia e della vita
di Gesù. C'è la Chiesa Buia, quella dei Sandali, quella della Mela,
varie cappelle e un convento. In alcune chiese è ancora possibile
vedere l'altare scavato nella roccia, le cupole ben delineate, mentre
nei conventi si vedono i refettori, con lunghi tavoli e panche scavati
anche questi nella roccia. I cristiani arrivati fino in Cappadocia,
forse vedendo le abitazioni dei locali, scoprirono che era possibile
scavare nella roccia anche delle chiese; queste comunità proliferarono
e le chiese divennero dei luoghi di pellegrinaggio per i fedeli. Vagando
in questo luogo, si assiste veramente a qualcosa di straordinario: da
una parte la natura ha creato un paesaggio unico, provocato
dall'eruzione dei tre vulcani della zona che hanno ricoperto di lava e
cenere vulcanica tutta la regione; questa, una volta indurita, è
diventata tufo che poi gli agenti atmosferici hanno eroso conferendogli
originalissime forme. Dall'altra l'uomo che, pur se spinto da
motivazioni pratiche, ha realizzato delle opere stupende, creando
qualcosa di unico.
Fa molto caldo ed entrare nelle chiese è una buona occasione per stare
qualche minuto al fresco, cosa che devono aver intuito anche gli antichi
abitanti della zona.
Abbandoniamo la Valle di Göreme per andare a pranzare e ci fermiamo in
un piccolo ristorante lungo la strada: ci sono dei tavoli all'aperto, ma
anche l'interno di uno dei coni di tufo è stato adibito come sala.
Riceviamo un'accoglienza cordialissima. Assistiamo le donne preparare la
gözleme, la focaccia cotta sulla piastra ripiena di carne e verdura,
visitiamo la sala nel cono di tufo (freschissima) e l'interno di
un'abitazione tipica della zona, realizzata dai gestori appositamente
per i turisti. Mangiamo gözleme e kebap, tutto buonissimo, e poi
scambiamo quattro chiacchiere con i padroni, una donna, il marito e un
ragazzo. In questo caso quattro chiacchiere è un modo di dire, dato che
parliamo a gesti, ma nel giro di pochi minuti siamo diventati amici.
Grazie poi all'intervento di un gruppo di gitanti turchi che parlano
inglese riusciamo a comunicare un po' meglio e allora veniamo ricoperti
di baci e di abbracci. Beviamo tè alla mela (squisito) e caffè turco
(schifoso a dire di Alberto) e lasciamo una piccola mancia per
ringraziare per il trattamento ricevuto, ma con i turchi più si dà e
più si riceve. Oltre ad averci sfamato a prezzi irrisori e
piacevolmente intrattenuto, facendoci fotografare tutto senza batter
ciglio, ci hanno anche fatto un regalo, un grazioso cappellino tipico. E
la donna, quando mi saluta (e lo fa più di una volta) mi abbraccia e mi
stringe forte, ché quasi mi fa commuovere. Ha detto che le piaccio: che
cosa avrò mai fatto per meritarmi il suo aperto apprezzamento non lo
saprò mai, ma avrò sempre la certezza di aver incontrato una persona
dal cuore d'oro, che fino a che non siamo saliti in auto guarda nella
nostra direzione e ci saluta alzando la mano sorridendo. Mi sono portata
via un pezzo di Turchia con l'abbraccio di questa donna.
A pancia piena e cuor felice, andiamo ad ammirare la vallata di Zelve,
molto simile a quella di Göreme, ma almeno meno turistica. Qui infatti
tutto è rimasto come era, con le pareti franate e i sentieri fatti dai
passi dei turisti che li calpestano e non in mattonato come a Göreme.
Anche qui le chiese sono tante, ma non hanno degli affreschi belli come
quelle di Göreme. C'è però una chiesa che batte tutte le altre in
quanto ad originalità: al suo interno sono ben visibili tre pilastri
sormontati da volte, scavati direttamente nella roccia e non portati lì
e poi inseriti tra il soffitto e il pavimento. Una notevole opera di
architettura che ha resistito nel tempo, anche se un po' malconcia. Una
parte della vallata è franata e sono rimaste a cielo aperto abitazioni
e chiese, con pezzi di architrave, finestre che si aprono nel vuoto,
scale che si arrampicano verso nulla. Dopo il crollo, la zona venne
adibita a piccionaia. Gli agricoltori raccoglievano il guano dei
piccioni e lo utilizzavano per concimare i terreni, soprattutto i
vigneti, per i quali sembra che questo fertilizzante sia ottimo.
Muniti di torcia, entriamo poi in quello che viene chiamato il tunnel,
ovvero un'apertura che attraverso una ripida scala scavata nella roccia
e un lungo cunicolo, collega una valle all'altra. In realtà, prima che
l'erosione facesse crollare tutto, si trattava di una normale via di
comunicazione tra un'abitazione e l'altra realizzata a livello del
suolo. Oggi invece, essendo franato un po' tutto, il tunnel si trova a
una ventina di metri da terra.
Riprendiamo l'auto per l'ultima visita della giornata: la Valle dei
Camini delle Fate, ovvero i pinnacoli rosa sormontati da pietra, spesse
lastre, che sono proprio all'origine della formazione dei coni.
L'erosione infatti, ha scavato la parte friabile dei coni, ovvero
tutt'intorno, lasciando intatta la parte superiore protetta dalla pietra
dura. A guardare queste strane conformazioni, così buffe e atipiche,
sembra incredibile che siano opera solo di acqua e vento.
L'ultima tappa prima di tornare in albergo è il paesino di Avanos,
molto caratteristico, che conserva in centro alcune case di pietra. Ma
il motivo della nostra visita è l'acquisto di un vaso in ceramica.
Avanos infatti è famoso per la lavorazione della ceramica, per la quale
viene utilizzata l'argilla rossa del fiume Kizilirmak ("fiume
rosso"). Ci fermiamo nella bottega del ragazzo che parla francese e
che ieri ci aveva dato delle indicazioni per raggiungere l'albergo. Con
molta gentilezza (credo poco interessata) ci viene offerto del tè e la
possibilità di assistere alla fabbricazione di un vaso di argilla.
Ne acquistiamo uno molto bello, finemente decorato con disegni che
riprendono quelli ittiti e ottomani, ad un prezzo molto conveniente.
Dopo due passi in paese, veramente stanchi, torniamo in albergo che è
già notte: siamo ricoperti di polvere, quella presa durante le
passeggiate sotto terra e nelle vallate, abbiamo le gambe indolenzite,
io anche un po' di febbre, ma la contentezza di chi ha avuto la fortuna
di vedere uno dei luoghi più particolari della terra, abitato dalla
gente più cordiale che si possa incontrare!
Cappadocia - Pamukkale - Giovedì 8
marzo 2001
Ci svegliamo presto dato che ci attendono
ben 730 km di strada da percorrere. Ho un po' di febbre e in auto ne
approfitto per dormire dato che ho quasi passato la notte in bianco.
La prima sosta è ad un caravanserraglio, ovvero dei motel di lusso del
passato. Costruiti dai selgiuchidi, in passato ce n'era uno ogni 30 km
di strada circa, vale a dire il percorso che con i cammelli si poteva
coprire in un giorno. Quello che visitiamo è l'Agzikarahan, uno dei più
importanti tra i minori, presenti in Turchia. Dall'esterno sembra una
piccola fortezza, con alte e massicce mura. Vi si accede da un portone
decorato nel tipico stile selgiuchide, vale a dire con una volta
scanalata. All'interno si apre un grande cortile con al centro una
piccola moschea (Mescit) o meglio un piccolo edificio quadrangolare
poggiato su pilastri con scale esterne che permettono di accedere al
piano superiore. Ai due lati un porticato, in cui si trovavano il
refettorio, uffici di contabilità e scambi, i magazzini, gli hamam per
uomini e donne e i bagni. In fondo un'altra porta conduce ad una zona al
chiuso, che veniva utilizzata in caso di mal tempo. Il caravanserraglio,
che letteralmente vuol dire "edificio della carovana" fu una
struttura voluta dai sultani selgiuchidi di Rumi che, avendo capito
quanto fosse importante il commercio per il loro impero, costruivano e
provvedevano alla manutenzione dei caravanserragli a proprie spese,
rifacendosi poi con le tasse che applicavano al commercio. Erano un po'
come le stazioni di posta e cambio cavalli del Far West americano, anche
se qui pur con secoli di anticipo, erano molto meglio organizzati. Nel
cortile le carovane entravano per scaricare la merce, scambiare,
vendere, comprare, rifocillarsi e lavarsi prima di riprendere il
viaggio. Nella mia mente la parola caravanserraglio è sempre stata
legata ad un mito, è sempre stata una parola che mi faceva pensare a
qualcosa di esotico, avventuroso. Ora trovarmi all'interno proprio di
uno di questi alberghi d'altri tempi mi fa un certo effetto, mi sento
trasportata nel passato e mi immagino il gran da fare che doveva esserci
qui all'arrivo di una carovana. Allo stesso tempo, come accade ogni
volta che si materializza un mito, il silenzio, lo spazio vuoto di
quest'ambiente non risponde affatto alle mie aspettative.
Proseguiamo il viaggio alla ricerca di una farmacia perché ho
assolutamente bisogno di prendere qualcosa contro questa fastidiosa
influenza e far abbassare la febbre. Ne troviamo una, anzi per
l'esattezza una decina, in una via di Aksaray. Nelle piccole cittadine,
spesso i negozi si raggruppano per tipologia in un'unica strada. Ecco
perché, del tutto casualmente, siamo finiti nella via dedicata alle
farmacie (che sono aperte a turno), dopo aver vagato in tutte le strade
della città. Per fortuna parlano inglese e riusciamo a comunicare.
Ci fermiamo ad un altro caravanserraglio, il Sultanhani, il più grande
dell'Anatolia. Ed infatti, rispetto al primo, è molto più imponente.
Le volte della zona chiusa sono altissime, come pure le mura che lo
circondano. L'illuminazione proviene solo dal cortile aperto e da poche
finestre (più simili a feritoie) che si aprono sulle pareti dei vari
locali. I piccioni sembrano aver trovato una dimora ideale, tanto che
escrementi e piume ne dimostrano una lunga e indisturbata permanenza.
Proseguiamo fino a Konya, vale a dire ad un terzo del percorso da
coprire in tutta la giornata. Nel frattempo il tempo è peggiorato,
piove, il cielo è plumbeo e tira un vento freddissimo: la temperatura
si sarà abbassata di almeno 10° rispetto a ieri. Arrivati a Konya
troviamo ancora dei pezzi di neve sciolta, rimasta dalla nevicata della
settimana scorsa. Konya è la città più musulmana della Turchia e si
nota dall'abbigliamento dei suoi cittadini. Le donne hanno tutte il capo
coperto dal foulard tipico e gli uomini da un berretto tipo papalina.
Abbiamo poco tempo per la sosta e quindi ci fermiamo al Museo di
Mevlana, l'attrattiva principale della città, soprattutto per i turchi,
che numerosi vengono qui in pellegrinaggio. Si tratta dell'antico
ricovero dei dervisci danzanti, specie di monaci che raggiungono
l'estasi roteando su se stessi. Con questa cerimonia rituale in cui
appunto i dervisci ballano girando su se stessi facendo perno su un
piede e facendo roteare anche le loro larghe gonne, i monaci si univano
a Dio. Mevlana, da cui prende nome il monastero, era il filosofo mistico
fondatore di questa dottrina (Mevlana vuol dire "la nostra
guida"). Dopo la sua morte, avvenuta nel 1273, i suoi seguaci
furono riuniti dal figlio di Mevlana a formare l'ordine dei dervisci
mevlevi o danzanti. Quest'ordine fu bandito nel 1925 da Ataturk, che lo
considerava un ostacolo nel suo impegno affinché la Turchia diventasse
una nazione democratica, con stato e religione separati. Nel 1957 però,
fu riconosciuto come "associazione culturale" e quindi
rivalutato, anche se il suo carattere religioso, soprattutto agli occhi
della gente, è rimasto ancora forte. E basta vedere con quanta
devozione i turchi si avvicinano al monastero per visitarlo e pregare.
Dopo il rito delle abluzioni, si tolgono le scarpe (le donne si coprono
anche il capo) ed entrano nella moschea in cui sono conservate numerose
tombe oltre quella di Mevlana, la più grande, davanti alle quali i
fedeli pregano tenendo le mani alzate all'altezza del petto, il capo
chino e recitando a bassa voce. Tutti i sarcofaghi sono coperti di
lunghi drappi. In altre sale della Moschea sono conservati antichi
tappeti per le preghiere, libri e oggetti preziosi usati dai monaci.
Nelle stanze intorno al cortile, invece, che una volta erano le camere e
gli uffici dei dervisci, sono ricostruiti gli interni come erano
all'epoca, con tanto di arredamento, tappezzeria e manichini.
Sempre più infreddoliti risaliamo in auto per mangiare altri
chilometri. Arriviamo a Beysehir e all'omonimo lago su cui la cittadina
sorge e da questo punto entriamo nella zona della Turchia chiamata la
regione dei laghi. Quello di Beysehir è il terzo più grande di tutto
il paese. Ci fermiamo solo per vedere la moschea di architettura
selgiuchide, la Esrefoglu Camii, dato che non troviamo un luogo per
mangiare, se non ristoranti di lusso. Ripresa la strada dopo pochi
chilometri facciamo di nuovo benzina (il cui prezzo varia da
distributore a distributore anche di 400.000 lire turche) e chiediamo al
gestore dove poter mangiare. Ci indica una Lokanta lungo la strada. Si
tratta di una piccola trattoria/stazione di servizio, di cui siamo gli
unici avventori (ma sono quasi le tre del pomeriggio, un po' tardi per
pranzare). Veniamo però accolti con la solita gentilezza turca. Viene
accesa la stufa a carbone e veniamo fatti accomodare ad un tavolo
proprio vicino al calore. Mangiamo un ottimo kebap servito su due
piastre roventi, e beviamo tè. Il proprietario del locale (che è anche
il proprietario dei campi coltivati che circondano la Lokanta) si fa
coraggio e si siede vicino a noi per parlare, subito imitato da un altro
ragazzo e dal benzinaio che si è rifugiato nel locale per sfuggire al
freddo di fuori. Dopo aver snocciolato di filato tre frasi di inglese,
esaurito il loro repertorio, cominciano a parlare turco ed è tutta una
risata tra gesti, frasi fatte prese dalla Lonely Planet, turco, inglese
ed italiano mentre tentiamo di raccontargli il nostro viaggio. Quando
arriva il momento di prendere la medicina, il benzinaio mi prende la
scatola e legge le indicazioni. Poi mi chiede se posso dargliene mezza
confezione, che userà per il mal di testa. Come rifiutare una richiesta
così semplice e al tempo stesso essenziale? In fondo, nella scatola c'è
una quantità di pillole che basterebbe ad abbassare la febbre anche ad
un cavallo. Non essendo più sufficienti né gesti né Lonely Planet per
comunicare, passiamo al "Visual Game", ovvero a disegni dal
significato tutt'altro che eloquente, scarabocchiati sul blocchetto
delle ricevute, con i quali i tre ci hanno forse detto che le terme di
Pamukkale sono chiuse, che riaprono ad aprile, ma che in compenso ce ne
sono delle altre belle proprio lì vicino, alle quali possono
accompagnarci. Non essendo ben certi di aver capito soprattutto l'ultima
parte del discorso (siamo infatti in dubbio se abbiano parlato di terme,
casa loro o una chiesa con un crocifisso), gli spieghiamo che dobbiamo
proprio andare perché si è fatto tardi. Altri cento chilometri e
raggiungiamo la costa di un altro lago, quello di Egridir e la sua
omonima cittadina; il cielo si è miracolosamente aperto e il sole
illumina un paesaggio favoloso. L'acqua del lago (profondo non più di
20 metri) è di un celeste pastello, sulla riva i meli e i ciliegi hanno
cominciato a fiorire, i campi sono verdi. E questa bellezza incantevole
ci accompagna fino a quando non fa buio e siamo nei pressi di Denizli,
tanto che non ci fa pesare le altre centinaia di chilometri.
E' notte quando arriviamo a Pamukkale, stanchi, un po' tesi per la guida
nel buio quasi completo. Improvvisamente alla nostra destra un'enorme
massa bianca spunta dal buio: è il castello di cotone (Pamukkale
appunto) formato dalle acque calcaree, che sapientemente illuminate da
due o tre fari e con il contributo della luce di una bella luna piena,
risplende nella notte a darci il benvenuto.
Pamukkale - Venerdì 9 marzo 2001
Ci svegliamo con calma e dopo
un'abbondante colazione, ci dirigiamo alle terrazze di calcare di
Pamukkale. Sono uno spettacolo straordinario: da lontano sembrano una
cava di marmo, ma quando ci si avvicina ci si accorge che si tratta di
qualcosa di diverso. I travertini formano come tante soffici balle di
cotone, di un bianco accecante che ricoprono quasi tutto il versante
della collina. Questi travertini si sono formati con l'azione delle
acque minerali calde e ricche di calcio che scendendo dalla collina si
raffreddano e depositano una grande quantità di calcio, di un bianco
splendente che il sole fa quasi brillare. Entriamo con l'auto in quello
che è diventato un Parco Nazionale, che oltre a custodire le terrazze
calcaree (dichiarate patrimonio dell'umanità dall'Unesco) delimita
anche il territorio di Hierapolis, antica città romana, di cui restano
stupende rovine. Dall'alto, oltre i travertini, si vedono le grandi
vasche di acqua minerale di un bellissimo colore celeste. E' possibile
camminare a piedi nudi in una zona delle terrazze ed è piacevole
sguazzare nell'acqua a tratti tiepida o molto calda. Lo spettacolo da
quassù è molto suggestivo e sembra di camminare sulla neve per il
forte riverbero. Purtroppo, nel punto che separa le terrazze dalle
rovine di Hierapolis, sono sorti alcuni alberghi, che successivamente,
salvo uno, sono stati demoliti. Ora rimangono pavimenti piastrellati,
blocchi di cemento, piscine vuote. Come se non bastasse, alcune terrazze
sono cementate e l'acqua viene deviata con pezzi di latta e plastica.
Numerosi cartelli invitano a non camminare dove è vietato e a mantenere
pulito il luogo per "preservare questa meraviglia naturale",
ma lo scempio sembra ormai compiuto.
L'ultimo albergo ancora in piedi è costruito tutt'intorno alla vasca
sacra, vale a dire l'antica piscina termale di Hierapolis. I turisti
possono godere del privilegio di fare il bagno nell'acqua minerale calda
nuotando fra colonne e capitelli adagiati sul fondo della vasca, ma la
speculazione edilizia a scopi turistici sembra non aver tenuto conto
dell'impatto ambientale e del patrimonio artistico. C'è vivamente da
augurarsi che anche l'ultimo albergo sia demolito e che tutta l'area sia
risistemata a dovere, in modo da restituire a Pamukkale l'antico fascino
che aveva ammaliato gli antichi romani, tanto da indurli a costruirvi
una stazione termale.
Affascinati dalle terrazze ma inorriditi di fronte agli interventi
disastrosi dell'uomo, ci dirigiamo verso le rovine. Già all'entrata del
parco nazionale l'impatto è notevole. Prima di arrivare alle terrazze
infatti, si attraversa la necropoli, percorrendo una strada circondata
da tumuli, sarcofaghi e tombe di ogni genere e forma. Più avanti una
strada lastricata fiancheggiata da colonne, poi un arco, tutt'intorno
tratti di mura, una basilica al cui interno è stato allestito un museo
con i numerosi reperti trovati nella zona. Ci sono degli splendidi
sarcofaghi, statue di varie dimensioni, fregi, oggetti di uso
quotidiano, monete, anfore, piatti. Con l'auto raggiungiamo il Martirio
di San Filippo, una costruzione ottagonale costruita sul luogo dove
presumibilmente il santo aveva subito il martirio. Restano in piedi gli
archi delle otto cappelle, qualche pezzo di muro e qualche colonna. Ma
appena parcheggiata l'auto ci si presenta una scena agreste dell'antica
Roma: alcune pecore stano pascolando proprio fra le rovine mentre più
in là due giovani pastori si muovono verso di noi per venderci un libro
di Pamukkale e delle cartoline. Per niente scoraggiati dai nostri
rifiuti, tirano fuori monete antiche, una piccola anfora con una testa
di medusa e due lampade ad olio di piccole dimensioni. Rimaniamo a bocca
aperta. Dapprima mi viene in mente la scena di Totò che in un celebre
film cerca di vendere delle "patacche" ai turisti in visita ai
Fori Romani, poi devo riconoscere, come mi fa giustamente notare
Alberto, che si tratta di pezzi originali, e tenerli fra le mani, è
inutile negarlo, dà un'emozione completamente diversa dal guardarli
attraverso un vetro di un museo.
Rifiutiamo comunque di acquistarli, sinceramente più per paura dei
controlli alla dogana che per il prezzo o la consapevolezza di fare
qualcosa di illegale.
Ripresa l'auto, raggiungiamo il pezzo forte di Hierapolis, il Teatro
Romano. Perfettamente conservato (soprattutto se si tiene conto dei
numerosi terremoti che hanno colpito la zona, l'ultimo dei quali nel
1334, convinse gli abitanti della città ad abbandonarla), sembra una
piccola arena. Parte della scena è ancora lì, con statue, colonne,
archi. La gradinata è quasi perfetta e si nota ancora il palco d'onore.
Per non parlare della vista, su tutta la vallata sottostante e le
terrazze di travertino.
Ridiscendiamo con l'auto e passeggiamo nella necropoli. Scopriamo così
che una missione italiana (sponsorizzata dalla Fiat) si sta occupando
degli scavi e della catalogazione dei vari reperti. Fa uno strano
effetto poter camminare fra le rovine, vedere sarcofaghi con tanto di
coperchio, capitelli, colonne, blocchi di marmo che non sono protetti
dalle solite recinzioni. Alcuni sarcofaghi si trovano addirittura nel
mezzo di campi coltivati e i due pastori di prima erano comodamente
seduti su un basamento di marmo. Probabilmente in questo paese non c'è
ancora una cultura atta a preservare i beni del passato così come
avviene in Italia; questo però permette alla gente comune e ai turisti
come noi di entrare a far parte della storia potendo camminare
indisturbati fra le rovine.
E' una splendida giornata, fa caldo, il sole picchia e il tempo passa
senza che ce ne accorgiamo. Sono le due quando ci fermiamo giù al
villaggio, lungo la strada, per mangiare. C'è una tenda con uno
striscione su cui è scritto "Gözleme"; insieme a kebap e
donen questa parola è diventata il nostro punto di riferimento per
mangiare. La donna e le due ragazze che ci accolgono non parlano mezza
parola di inglese, ma ci preparano due enormi gözleme ripiene di
verdura e patate e ci danno da bere l'ayran, alla vista del quale
Alberto strabuzza gli occhi. Ma non hanno altro se non acqua e tè da
offrirci, e quindi Alb deve rinunciare alla sua adorata Coca-Cola. Per
tutto il tempo che siamo seduti a mangiare, due bambini ci ronzano
intorno, pronunciando le due uniche frasi di inglese che conoscono:
"What's your name?" e "How old are you?" ma non
appena noi facciamo per rispondere, corrono via ridendo, diventando
subito timidi.
A pancia piena, andiamo alla ricerca di un altro sito archeologico,
quello di Laödice (Laodikya in turco), perdendoci fra le strade di un
villaggio rurale, attraverso un passaggio a livello e percorrendo delle
carrozzabili fra i campi, fino a quando chiediamo indicazioni ad un
ragazzo lungo la strada. Sta maneggiando con una radiolina, ma si offre
subito di salire in auto e accompagnarci, rispedendo a casa quello che
doveva essere il fratello più piccolo, che torna sui suoi passi un po'
deluso per l'avventura persa.
Il ragazzo conosce appena qualche parola di inglese, ma si rivela una
guida eccezionale, non solo perché ci conduce finalmente alle rovine,
ma anche perché ci sa dire esattamente il nome di ogni costruzione.
Senza di lui non saremmo certo riusciti ad identificare da poche pietre
messe insieme lo stadio (simile al Circo Massimo), i teatri, l'Hamam, la
biglietteria del teatro, l'odeon. Il sito infatti non è custodito ed è
piuttosto abbandonato a se stesso. Molte delle pietre sono state
addirittura utilizzate per costruire la ferrovia. Ma Izmut (questo il
nome del ragazzo) sembra muoversi a proprio agio fra le rovine, come
fosse di casa. E' solo infastidito da un gruppo di ragazzi che ogni
tanto ci seguono a bordo di un furgoncino facendo gli strafoncelli,
tanto che si vergogna addirittura di posare per una foto con noi,
facendoci capire che lo farà dopo, lontano da loro. Forse non vuole
essere preso in giro perché se ne va in giro con due turisti un po'
eccentrici che chissà come ci sono capitati da queste parti e che
gliene importa di questi quattro pezzi di pietra.
Quando stiamo per risalire in auto, ci si avvicina di nuovo un pastore.
Ha in mano molte monete, un anello e un frammento di una decorazione.
Sono bellissimi. Il ragazzo traduce per noi e credo siano d'accordo,
datp che quando siamo arrivati in prossimità del teatro, ha detto
qualcosa ad una donna e al nostro ritorno abbiamo trovato quest'uomo ad
aspettarci.
Fra una rovina e l'altra ci sono dei campi coltivati appena arati. Dalla
terra appena smossa affiorano pezzi di cocci di argilla rosa e l'occhio
vispo di Izmut, non si fa sfuggire un frammento di moneta. Sono
affascinata e mi sento un po' archeologa, rovistando fra le zolle di
terreno e tirandone fuori frammenti infiniti di brocche e vasi. Alcuni
sono rotti e rovinati, su altri invece si distinguono ancora le
decorazioni e i fregi. Riaccompagniamo Izmut al suo villaggio e nel
salutarlo gli diamo qualche spicciolo per ringraziarlo, che lui accetta
solo dopo nostra insistenza, timido e imbarazzato. La sua è stata
veramente una cortesia disinteressata.
Entusiasmati da quest'esperienza, ce ne torniamo in albergo per
approfittare della piscina con le acque termali. Ce ne stiamo in ammollo
per quasi un'ora, nella vasca all'aperto, proprio sotto la nostra
stanza, aspettando il tramonto. La temperatura dell'acqua raggiunge i 48°
e si sta benissimo con la brezza che si è alzata.
Dopo questo bagno rilassante, ci gustiamo la nostra buonissima cena al
buffet del ristorante, scambiando quattro chiacchiere con una simpatica
coppia di turchi.
Pamukkale - Antalya - Sabato 10 marzo
2001
Ultimo giorno di viaggio e ancora
trecento chilometri da percorrere. Lungo la strada per Antalya ci
fermiamo nel Parco Nazionale di Gullukdagi Milli Park, dove in mezzo ad
una natura incontaminata, sono custodite le rovine di Termessos, una
città risalente ad almeno 300 anni prima di Cristo. Dopo aver passato
la biglietteria, si percorrono 9 km di strada asfaltata, all'interno di
una bellissima valle, che ricorda nel paesaggio le nostre Alpi. Si
arriva poi ad un parcheggio e da lì si prosegue a piedi, inerpicandosi
lungo un sentiero di terra battuta e roccia, fra cui spuntano ogni tanto
pezzi di colonne e basamenti. Si passa attraverso alcune porte della
città, un tratto di mura e si arriva all'Hamam, di cui resta in piedi
una parete di grossi blocchi di pietra su cui si aprono tre arcate. Si
sale ancora fino ad arrivare alla sala del consiglio (Buleuterio), al
tempio di Zeus e a quello di Artemide. Non avendo molto tempo evitiamo
di visitare la cava e la necropoli, che secondo le descrizioni dovrebbe
essere simile a quella di Pamukkale, con sarcofaghi sparsi ovunque, e ci
dirigiamo invece verso il Teatro. Arrampicandoci fra blocchi di pietra
franati si arriva fino alla tribuna più alta del teatro, la cui vista
rimane nascosta fino all'ultimo passo. Non appena si scorge il teatro,
con l'immensa scalinata-tribuna ancora intatta, si rimane senza fiato, e
non solo per la fatica della salita. Alle spalle della scena, di cui
rimane in piedi una parte di muro e due arcate, si vede il costone di
una montagna e poi tutta la vallata. Una vista suggestiva, doveva essere
magnifico assistere agli spettacoli teatrali potendo contemporaneamente
ammirare il panorama delle montagne. Fra le rovine, la vegetazione
cresce rigogliosa dando al sito un aspetto di abbandono. Se non fosse
per qualche cartello qua e là che indica la direzione degli edifici,
avremmo l'impressione di essere stati i primi ad arrivare sul posto e
scoprire fra la vegetazione, le rovine di un'antica città. Dal terreno
spuntano fregi di capitelli, colonne scanalate, basamenti e tanti cocci
di argilla rosa. L'aria è piuttosto fresca per fortuna, dato che la
camminata (una sorta di trekking archeologico) ci fa sudare un bel po'.
Usciti dal parco ci dirigiamo verso Antalya. Lungo la strada,
agricoltori seduti sui loro trattori vendono sacchi di patate e cipolle.
Antalya ha l'aspetto tipico una località balneare del Mediterraneo. Un
piccolo centro, con una strada pedonale in cui si affacciano numerosi
negozi che proseguono idealmente le botteghe del vicino bazar, un
lungomare e una piccola marina. Lasciamo l'auto nel parcheggio
dell'hotel (che si trova proprio lungo la strada pedonale) e le valigie
in stanza e ci dirigiamo verso il porto romano. Camminiamo fra le
stradine della Kaleiçi (città vecchia) ammirando il minareto scanalato
Yiuli Minare, l'edificio che nel corso dei secoli è stato
alternativamente chiesa e moschea, la Torre dell'Orologio, la Torre
della cinta muraria (Hikirik Kuesi), fino a raggiungere la marina. La
vista è incantevole. La piccola baia è circondata da una cinta muraria
costruita sulle pendici delle colline, che fa da cornice al porto. Ai
moli sono attraccate numerose barche dall'aspetto un po' antico e
tutt'intorno locali, sale da tè e chioschi offrono ristoro ai turisti e
ai locali, che possono sedersi ai tavoli godendosi il panorama.
Guardando verso il mare, si intuisce appena nella foschia il contorno
delle cime dei monti Bey; girando lo sguardo verso la città, si
intravedono le casette in pietra e legno, tutte ben tenute. Sono le
antiche case ottomane che oggi ospitano per lo più alberghi, ristoranti
e negozi. E' curioso sapere che Antalya per tre anni ha fatto parte del
territorio italiano: al termine della Seconda Guerra Mondiale, le grandi
potenze si spartirono l'impero ottomano e Antalya fu data all'Italia,
sotto il cui dominio rimase dal 1918 al 1921, fino a quando l'esercito
di Ataturk liberò la Turchia dalla dominazione straniera.
Ritorniamo verso il centro passando per il Bazar e acquistando un paio
di souvenir. Non c'è una gran scelta. Data l'affluenza dei turisti
(soprattutto tedeschi, inglesi e americani) i negozi vendono orribile
cianfrusaglie, oggetti inutili e kitsch che niente hanno a che vedere
con la Turchia. Si nota subito che la città riceve migliaia di turisti
stranieri, dato che la gente del posto parla inglese e tedesco, ci sono
prezzi in tante lingue e valute, taxi, uffici per il noleggio auto e
procacciatori di clienti ovunque. E' sparita l'atmosfera tipicamente
turca della Cappadocia, che ha lasciato spazio ad una cittadina pulita,
ordinata e ben tenuta. Sono poche le case pericolanti o fatiscenti, non
si vedono carretti né asinelli, anche se non mancano alcuni aspetti
contraddittori. Le donne in chador e gonne pantalone lunghe a fianco di
ragazze in jeans, scarpe con la zeppa e giubbetti di pelle, ragazzi con
lo skate e il tipico abbigliamento americano a fianco di uomini più
anziani che sorseggiano tè lungo la strada, con in testa un berretto di
lana o di cotone.
Con le gambe doloranti ce ne torniamo in albergo a riposare un po' prima
della cena. Domani la sveglia suonerà alle 4 e quindi andremo a letto
presto. Ma in realtà è solo una scusa per nascondere il nostro stato
d'animo un po' malinconico per l'imminente ritorno a casa.
La Turchia è un paese in cui vien voglia di rimanere a lungo, non solo
per quello che ha da offrire a livello di bellezze naturali, artistiche,
storia e tradizioni, ma anche per la calda accoglienza che si riceve e
che ti fa sentire un ospite gradito.
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