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  Dall’harem alla rivoluzione: Halide Edib Adivar

Raccontata da Frances Kazan
autrice del romanzo  Il dono di Halide
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(In esclusiva per InfiniteStorie.it. La riproduzione in qualsiasi forma è vietata.)

Fa una certa impressione, in una sbiadita foto anni Venti, vedere un famoso incontro tra Mustafa Kemal Pascià e Halide Edib Adivar, le due straordinarie personalità a cui si devono da un lato l’uscita della Turchia dallo sfarzoso ma fatiscente medioevo ottomano e dall'altro il formidabile moto di liberazione della donna emerso da quella rivoluzione. Nello scalone dell’incontro la donna sta un gradino più in alto, ma è lei a inchinarsi all’uomo, quasi nell’atto di baciargli la mano. Certo, a lui il nuovo parlamento repubblicano turco aveva attribuito l’onore di portare — unico nel paese — il cognome Atatürk: Padre dei Turchi. Sempre vissuto nell’esercito, dalle adolescenziali scuole militari fino alla più alta carica, i biografi non attribuiscono a Mustafa Kemal un grande interesse sentimentale per le donne. Ma fin dagli albori della sua strenua attività di rinnovamento rivoluzionario ne aveva capito a fondo l’importanza cruciale nella società ottomana, che pure le voleva velate.

Erano loro, in combutta con sorelle, cugine, amiche e mezzane, a scegliere la sposa per il figlio e quindi a determinarne la sorte. Erano loro, dall’harem - singolare isola chiusa eppure grande fucina di solidarietà femminile -, a gestire la vita non soltanto della famiglia ma, per larghi tratti storici, dello stesso immenso sultanato. Basti pensare all’inquietante figura di Roxelana, la favorita di Solimano il Magnifico; alla lontana parente di Napoleone finita a vivere al fianco del grande innovatore Mahmut II.

Mustafa Kemal puntò tutto su di loro, e le donne corrisposero con slancio. Nascoste dietro il velo e sotto le ampie vesti capaci di celare ogni cosa, protette da una sacrale aura di intangibilità, fecero impavidamente la spola tra le linee del ribelle Kemal, assestato nel fango di Ankara, e quelle delle truppe rimaste fedeli al sultano, chiuso nel funereo fasto dei palazzi istanbulini. Furono loro a fungere da staffette, vivandiere e persino armiere della rivoluzione turca. Vinta la battaglia, Kemal se ne ricordò subito, vietando il velo e concedendo loro il diritto di chiedere il divorzio e di votare (ben prima che in tante democrazie occidentali).

Primeggiava, tra queste donne, un personaggio straordinario. Appunto quella Halide Edib Adivar che al presidente Atatürk si inchina sullo scalone della ex reggia di Dolmabahce. Nata nel 1884 (o 1883) in una famiglia dell’alta borghesia turca (era nipote e figlia di pascià, ovvero di alti dignitari dello stato), fu la prima donna turca che con ferrea determinazione (sua e del padre) osò diplomarsi alla scuola americana di Istanbul. La prima donna turca non appartenente all’harem del sultano a impegnarsi apertamente nella battaglia politica (che di quel sultano avrebbe determinato la catastrofica fine). La prima donna turca, già esiliata una volta, a essere eletta nel 1918 al “Focolare Turco”, l’organizzazione nazionalista particolarmente impegnata nello sforzo di elevare gli standard educativi della scuola di quel paese.

Partecipò in armi, addirittura con il grado di caporale, alla guerra rivoluzionaria di Mustafa Kemal. Intanto, all’attività politica e agitatoria affiancava la professione a cui l’avevano forgiata non soltanto la frequentazione della scuola americana ma anche la severa e tradizionalista educazione ricevuta in famiglia (con lo studio dei grandi poeti e mistici persiani e arabi): la scrittura. Scrisse venticinque romanzi, memorie, saggi. Entrata in rotta di collisione con Atatürk in seguito alla decisione di abolire il Califfato, la suprema istituzione religiosa islamica (misura drastica che la parte tradizionale della sua educazione le impediva di approvare), fu costretta una seconda volta all’esilio. Ma il suo fu un ritorno trionfale, e di nuovo la chiamarono a sé cultura e politica, come docente all’Università di Istanbul e parlamentare. La sua movimentata vita fu lunghissima: morì nel 1964, ottantenne.

Alla gioventù di questa formidabile donna è dedicato Il dono di Halide di Frances Kazan, moglie del celebre regista Elia. Non tanto una biografia quanto un vero e proprio romanzo, votato all’invenzione narrativa e di conseguenza con qualche indispensabile (e dichiarata) forzatura della consequenzialità storica. Di più, un romanzo "di formazione": come si diventa un grande personaggio al femminile in una società tanto poco decifrabile per i nostri criteri di giudizio. E tutto insieme un racconto che ci regala una ricostruzione minuziosa e commossa della vita nella complicata Istanbul di fine Ottocento, lacerata tra esotismo e realpolitik, tra vecchio e nuovo. La vita di Halide viene seguita con occhio affettuoso dall’infanzia fino al poco fortunato matrimonio con il matematico Salih Zeki e ai primi tentativi di liberarsi dal ghetto della condizione femminile ottomana per diventare scrittrice e personaggio pubblico. Il ritratto complessivo che ne esce, tracciato con colori capaci di suscitare un’intensa emozione, offre un’affascinante fusione appunto di “vecchio” e “nuovo”, di “magia orientale” e “logica occidentale”, fusione che costituiva l’essenza stessa della figura di Halide Edib Adivar. Nel titolo e in tutto il romanzo Frances Kazan le attribuisce il “dono” di presentire gli eventi, vedere i defunti e sentirne le voci, idea che può apparire cervellotica alla nostra mentalità ma che è tuttora normalmente radicata nella cultura popolare turca, fedele alla propria remota origine sciamanica. È un vero peccato che esistano soltanto un paio di traduzioni in inglese dei libri di Halide Edib Adivar (e, salvo errore, nessuna in italiano).

(Recensione di Mario Biondi]

 

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